mercoledì 21 ottobre 2009

- Sidonie Gabrielle Colette

Quando Colette prese casa ad Anacapri
di Pietro Gargano

L'eremo della scrittrice francese in via Timpone popolato di gatti. Nel giardino orlato di colonne passeggiava vagheggiando. I pavimenti di ceramica avevano i colori del sole e del mare.
Amava cuocere il pesce fresco e scriveva con una stilografica alla luce di una lampada velata di azzurro.
Lo scandaloso amore con un suo figlio di primo letto.
Simbolo della libertà della donna, criticò il femminismo. Una vita frenetica conclusa con anni di immobilità per l'artrosi.
Il corpo appesantito raggiunse i novanta chili. Si spense a 81 anni.

La sua casa ad Anacapri aveva le volte a vela, sembrava in attesa di salpare sul mare là sotto. Quella casa era colma di gatti, richiamati da un fluido misterioso: forse l'indole della proprietaria, inquieta come loro; o forse i suoi occhi simili ai loro, cangianti e annegati nel mistero.

Sidonie-Gabrielle Colette - nata il 28 gennaio 1873 a Saint-Sauver en Puisay, Borgogna, Francia di terra scura e di vigneti - arrivò nell'isola nel 1910, fresca del successo di La vagabonda. A 37 anni, famosa quanto chiacchierata, aveva già visto quanto il mondo offriva e di più. Annoiata, accettò la compagnia di Auguste Heriot, giovanotto molto ricco e come lei "costruito su un fondo di tristezza". Vide Positano, "troppo bella per essere vera". Attraversando il golfo nel diario annotò: "Battello, vettura, battello, tempesta".
Sbarcata a Marina Grande si rianimò per stordirsi di nuovo in mezzo ai profumi di rose e aranci di giardini. Inseguendo l'odorosa scia arrivò in via Timpone, davanti alle settecentesche strutture in disuso del convento di San Michele. Il sole batteva sulle crepe, gli alberi disegnavano ombre. Una scoperta da tenere segreta. Tornò a Parigi senza Auguste e riaffondò nel turbine.
Era figlia di Adele-Eugenie detta Sido e del fu capitano e scrittore mancato Jules-Joseph, privo di una gamba, benestante e affettuoso, fiero della grande biblioteca. Colette lesse con l'avidità ch'era la sua seconda pelle, ma non lesse mai le pagine del padre perché alla sua morte scoprì che i fogli da lui acquistati a risme erano rimasti tutti bianchi.
Come primo sposo, a vent'anni, le toccò Henri Gauthier Wilars detto Willy, mondano, sciupafemmine e bevitore. Lui la immerse nella Parigi della Bella Epoque, ma presto la ragazza ebbe nostalgia della campagna. Willy aveva, come papà Jules-Joseph, il vezzo della scrittura e come lui non scriveva. Però, disonesto, si attribuiva i libri per lui stesi da altri. Colse ombre cupe negli occhi della moglie e le chiese di colmare il tempo scrivendo per lui, magari alla maniera di Alphonse Daudet, tanto di moda. Così apparve Claudine à l'école firmato Willy, primo di una serie di successo. Era il 1900, il secolo voltava pagina.
La voltò pure Colette, stanca di quell'impostore. Divorziò nel 1905 per legarsi, avvio di una bisessualità per sempre compagna, a Mathilde de Morny detta Missy, più matura di dieci anni. Diedero scandalo, carezzandosi in pubblico. Nonostante ciò, Colette mai fu sostenitrice teorica dei rapporti omosessuali che a suo parere, sia maschili sia femminili, finivano con un gioco di ruoli; i suoi rapporti erano diversi, alla pari: "spirituali". Missy le donò una villa a Rozven, ma pure quelle stanze si colmarono di tedio, più o meno quando Colette arrivò a Capri. Il legame con Missy si spezzò e riapparvero gli uomini.
Nel 1912 morì mamma Sido e pochi mesi dopo la scrittrice si risposò con Henry de Jouvenel, direttore di Le Matin. Nacque una bambina, chiamata anch'ella Colette, figlia dei quarant'anni. Scoppiò la follia della guerra, il marito andò al fronte e Colette gli portò da mangiare in trincea a Verdun, quieta massaia che però sfidava il fuoco. Perché questo era, un impasto: la voglia del calore di sole, caminetti e gatti, conviveva col bisogno di trasgredire e di fuggire lontano dagli altri e da sè, nel tumulto dei sensi.
Capri riapparve in queste rotte. Nel 1915, con l'Europa impaurita dal rombo dei cannoni, Colette tornò nell'isola durante una missione italiana come inviata del giornale del marito. Era famosa e aveva di suo. Col fiato leggero salì fino a via Timpone, si rassicurò e acquistò la casa del desiderio. In poco tempo le ferite di pietra risanarono, i muri non più traballarono, il bianco della calce coprì il grigiore del tempo. Il giardino orlato di colonne fu chiuso e protetto alla vista, appartato come l'esistenza che a volte avrebbe voluto, grande quanto bastava per passeggiare vagheggiando. Ricordava quello della casa natia.
Nella stanza del letto aprì una vetrata sull'agrumeto, via di accesso al sole tra le lenzuola. Ebbero colore di sole e di mare i pavimenti di ceramica. Le stampe alla pareti erano francesi. Il monogramma CdL - Colette de Jouvenel - fu messo alle grate delle finestre. Curioso, per una donna che dell'indipendenza fece necessità, quel siglare un sogno col cognome del marito.
Colette tornò nell'isola ancora durante la guerra - nel 1917 e nel 1918 - e ogni volta che poté, specialmente nelle buone stagioni. S'indorava, cuoceva il pesce sul fuoco nel giardino. Chi sa quali amori visse in quell'eremo, chi sa quali pagine scrisse. E' uno dei rari brandelli di mistero su una vita fin troppo esposta. Di sicuro, tuttavia, anche in quel rifugio usò la penna stilografica sotto una lampada velata di azzurro, il fanal bleu da cui traeva ispirazione.
Lo scandalo successivo fu la sostituzione del marito con un suo figlio di primo letto, Bertrand de Jouvenel. Lei quarantasette anni, lui sedici. Il monogramma alle finestre restò ben intonato. Durò cinque anni quello scandaloso amore, fatto di viaggi e convegni clandestini in piccole mansarde parigine, così basse da farle scrivere che lassù si potevano mangiare solo sogliole.
E nel 1925 arrivò il vero amore, se non altro il migliore: Maurice Goudeket, di quindici anni più giovane, ebreo, commerciante in perle. Vissero al Palais-Royal. Lei amava e scriveva, dopo il successo di Cheri (1920) e di Il grano in erba, vennero quelli di Il puro e l'impuro (1932) e di La gatta (1933), magnifici eppure usati da pretesto per sparlare di lei e della sua irrequietezza.
Irrequieta era pure la figlia Colette junior. Finì nelle chiacchiere maligne dei salotti e delle cronache mondane a causa delle sue passioni lesbiche. Colette l'eterna ambigua le condannò. Così come, lei simbolo della libertà della donna, criticò il femminismo: "Quando le donne assumono potere sono assolutamente orribili. Peggio degli uomini". E per una volta un po' grossolamente attribuì ai mestrui mensili questa incapacità di prendere decisioni sempre giuste. Forse fu perfino soddisfatta quando André Obevy la definì "un grand'uomo".
La crisi economica aveva risucchiato il patrimonio. Per questo - e forse per confermare ch'era bella al di là dei cinquant'anni - cominciò a esibirsi nei teatri a seno nudo, da ballerina e da mimo. Si definì "una saltimbanca". Aprì un negozio di profumi, forse quegli aromi le ricordavano Anacapri. Scrisse testi banali e pubblicitari per una Fiera del bianco e per le automobili Ford; concesse volto e nome alle sigarette Lucky Strike. Firmò sceneggiature e soggetti per il cinema. Tenne conferenze vagando per l'Europa.
Nel 1935 seguì Maurice, appena diventato suo legittimo sposo, a New York, inviata di Le Journal. Una parentesi. Quando Hitler seminò una follia ancora più orrenda, l'ebreo Maurice finì in un lager. Colette mise in gioco tutte le amicizie e riuscì a liberarlo. L'uomo era un relitto e pure Colette nel 1943 fu colpita da un artrosi violenta che a mano a mano pietrificò le sue ossa.
Paradossalmente, la fama crebbe, alimentata dall'elezione unanime all'Academie Goncort e dalla Legion d'onore. L'ultimo capodopera fu Gigi diventato film con Audrey Hepburn protagonista, tanto leggera quanto Colette era diventata pesante, più di novanta chili.
Una vita frenetica fu chiusa da anni d'immobilità assoluta. L'epilogo il 3 agosto 1954. Maurice chiese il rito cattolico e la Chiesa lo negò. Così la laica Francia tributò a Colette il funerale di Stato, il primo e l'unico per una donna.
Nella casa caprese venne Colette la figlia, che la cedette all'architetto Biagio Accolti Gil e da lui passò alla sorella Dinella, sposa dell'avvocato Ruggiero Vitale, gentiluomo che esce per le passeggiate in abiti e panama bianchi. Con esemplare rispetto, quasi tutto è rimasto come al tempo in cui Colette vi si rinchiudeva con i gatti e l'inquietudine.

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